L’ITALIANO UNA LINGUA VIVA… E ARMONIOSA
La sua evoluzione è segno, appunto, di vitalità.

Sappiamo che la lingua parlata si evolve più in fretta di quella scritta la lingua. E, tuttavia, non è sempre così. Perché anche nell’italiano scritto troviamo forme interessanti di innovazione.
Iniziamo con la D eufonica, quella che si mette dopo le preposizioni e congiunzioni come a, o, e, per rendere più fluido il discorso evitando l’incontro fra due vocali. Quindi si dice ad andare perché a andare suona male così come si dice ed ecco invece che e ecco.
In passato fino all’inizio del secolo scorso dal Boccaccio al Manzoni (ci limitiamo alle opere in prosa) si usava sempre quando c’era un incontro fra vocali anche diverse.
Ma nel Novecento si è ritenuto che questo appesantisse troppo il discorso e fosse meglio limitarsi all’ incontro fra due vocali identiche. Perché dire “a arrivare” è brutto, una vera cacofonia mente “e oggi” suona più agile rispetto a “ed oggi” che il nostro orecchio percepisce come un po’ lezioso.
Fra le eccezioni citiamo ad esempio, ad ognuno, ad intendere.
Viene riportato come eccezione anche “ad un certo punto” ma a me suona bene anche “a un certo punto”.
La regola aurea è stata data dal famoso linguista e Presidente dell’Accademia della Crusca prof. Bruno Migliorini prevede che la D eufonica dovrebbe essere limitata ai casi di incontro della stessa vocale, quindi nei casi in cui la congiunzione “e” e la preposizione “a” precedano parole inizianti rispettivamente per “e” e per “a” (es.: ed ecco, ad andare, ad ascoltare, ecc.). Si tratta di una proposta di semplificazione coerente con molti altri processi di semplificazione cui è sottoposta la nostra lingua, Cfr https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/sulla-d-eufonica/15

A proposito di semplificazioni, i più anziani ovvero quelli della mia generazione ricorderanno che negli anni 50 e anche 60 si scriveva “in Isvizzera”, “in iscuola” “in istrada” questo per maggiore fluidità della lettura per evitare l’incontro di parole che avevano una successione di consonanti. Questo fenomeno linguistico si chiama prostesi (dal greco prósthesis aggiunta).
Infatti, se prendiamo per esempio “in Isvizzera” pronunciamo quasi come se fosse una sola parola… mentre adesso dobbiamo scandire la S. Addirittura in tempi ancora più remoti alcuni secoli fa, per evitare la sequela di 4 consonanti n, s, c, r, invece di non scrivo si diceva non iscrivo.
Ma francamente, quando ancora la prostesi si usava mi sembrava un po’ comico alterare le parole e veder scritto nei giornali e nei libri Isvezia iscuola ecc.
Questo fenomeno si notava soprattutto nella lingua scritta perché parlando, quella “i” iniziale così comoda per rendere più agile il discorso la usiamo ancora: provate a dire In Svezia, in strada, e vedrete che per legare le due parole una “leggera” i ce la mettiamo anche se risulta quasi inavvertibile nell’ambito della fluidità del linguaggio.

Un ultimo quesito. Perché la pensione che noi ex lavoratori riscuotiamo ogni mese si chiama come un tipo di albergo dove oltre a dare alloggio si servono i pasti (pensione completa o mezza pensione)?
Entrambe derivano dal latino pensio-onis, ovvero “pagamento” o anche rata che quindi va bene per gli assegni pensionistici ma anche per un tipi di albergo con atmosfera familiare con pasti inclusi.
Questa seconda accezione in realtà, pur derivando anch’essa da pensio-onis a noi ci viene dal francese pénsion che indicava originariamente case private che nel ‘700 accoglieva ospiti a pagamento offrendo vitto e alloggio.
In francese, invece la pensione dei lavoratori si chiama retraite (essere in pensione si dice être à la retraite).

Parliamo adesso di parole che vanno e parole che vengono.
Già mi ero arrovellato su vetrofania, che ho incontrato per la prima volta quando dovevo applicare un pass su un’auto bisogna risalire al greco φαίνω (transitivo) mettere in luce, render visibile, mostrare, dimostrare, provare esporre, anche se a noi è giunta dal francese vitrophanie (quest’ultimo è un nome depositato). Per obliterare era stato più facile perché bastava risalire al latino obliviscor-eris (dimentico, annullo).
Ma il maggior rivello è stata la “ventilazione” dell’Iva letta su alcuni scontrini. Questa idea dell’iva che veniva usata come un ventilatore o come un ventaglio appariva davvero strana. Mi sono rivolto all’A.I. e ho finalmente capito che è un termine usto per indicare un particolare metodo di calcolo dell’Iva e si chiama così perché l’Iva viene “distribuita” .(ecco cosa voleva dire “ventilata”!) tra le diverse aliquote in modo proporzionale invece di essere calcolata separatamente per ogni prodotto vendute.
Ora, ventilare in senso figurato vuole dire anche diffondere, divulgare in modo surrettizio (ad. es.è stata ventilata l’ipotesi di…) ma da qui a distribuire c’è ancora uno scalino che non riesco a salire.

Passiamo alle parole alla moda. Oggi si dice problematica al posto di problema. Eppure i due termini non sono identici. Problematica significa “l’insieme dei problemi fra loro connessi relativi a un dato argomento: la p. della disoccupazione giovanile; tutta la p. sulla questione si riduce a pochi dati” (Vocabolario Treccani). Invece viene usata come sinonimo di problema. Ad esempio… mi dispiace ma oggi abbiamo una problematica con il computer che si è bloccato. Arriveremo a dire “la maestra ha dato agli alunni una difficile problematica di matematica.”

Seconda parola è resilienza sinonimo anzi come rafforzativo di resistenza. In psicologia resilienza è definita come “capacità di reagire in modo positivo e di adattarsi alle avversità della vita e alle difficoltà, mantenendo e sviluppando il proprio equilibrio psichico ed emotivo”. Ma non si può eccedere e sostituire tout court il termine “resistenza”.

Altro termine in voga è performante che dal linguaggio tecnico-scientifico è usato come attributo in ogni ambito. Sento dire in tv: è stata una madre performante. Avrei preferito sentire “un’ottima madre” perché dicendo performante mi sembra di vedere una sorta di macchina: efficiente, veloce, di rendimento elevato… mah!

Viceversa ci sono altre parole che hanno avuto una repentina fortuna e poi si sono usurate. Fra queste stigma inteso come marchio e che veniva usato in ogni conversazione ogni volta che si voleva dire biasimo, censura, discredito, pregiudizio… ma poi per fortuna siamo tornati a usare anche questi altri termini… nella pluralità c’è maggiore ricchezza linguistica.

Si è invece ormai stabilmente radicata la locuzione in buona sostanza invece della più semplice “in sostanza” usato come mero sinonimo anche quando non si vuole dare un’accentuazione particolare.
La prima volta che sentii questa espressione fu nel film Johnny Stecchino (dove aveva un’ intonazione vagamente ironica). E’ passata una quarantina di anni ma ancora non ho capito perché questa sostanza deve essere buona.

Sono invece in ribasso le azioni di Amabaradan .Si usa per dire confusione, disordine. Deriva dal nome dell’altopiano etiope Amba Aradam, teatro di una caotica e cruenta battaglia combattuta 1936 durante la guerra d’Etiopia. Uno scontro caratterizzato dal cambio di schieramento di alcune tribù locali che portò quindi a una situazione caotica e per certi versi paradossale dove era difficile capire quali fossero avversari e quali gli alleati (ma non accade anche oggi nella politica internazionale?)
In tempi recenti si è usata un’accezione traslata che definiva ogni strutta complessa esempio si sentiva dire alla troupe .”allora prendi tutto l’ambaradan e andiamo a fare l’intervista”, oppure, “prendo tutto l’ambaradan (indicando pc, stampante, videocamera) e lavoro da casa”.

Il noto linguista Luciano Satta a cui mi rivolgevo sempre quando avevo un dubbio, nel suo libro “Alla scoperta dell’acqua calda” ha fatto un elenco di espressioni che ,a forza di essere usate ossessivamente, divenivano consunte. Ad esempio, ricordava che nell’autunno caldo del 1969 si diceva sciopero a gatto selvaggio o più semplicemente sciopero selvaggio da qui vari titoli degli articoli che parlavano di scioperi. Si titolava “rotaia selvaggia” “ala selvaggia“ per gli aerei. E Satta concludeva che aspettava il titolo “zoo selvaggio.”

Un altro luogo comune degli scorsi decenni era tant’è, usato un po’ come il pirandelliano così è se vi pare. Ma si adoperava soprattutto quando si doveva parlare di qualcosa di poco positivo e si terminava immancabilmente con un tant’è che appariva un po’ come “beccati questa”.

Ci sono poi espressioni come dare contezza che sta sostituendo con linguaggio di élite i più comuni vi informo o vi comunico. Certo, qualche frase più ricercata è sempre esistita ma il fatto è che oggi vengono usate anche nel linguaggio parlato.

Come la sostituzione ormai consueta di “anzitutto” con “in primis” che tra l’altro appartiene al latino tardo perché quello classico in una enumerazione usava “primum..deinde” (Cicerone docet).
Nel vocabolario ho trovato numerosi sinonimi di anzitutto ovvero in primo luogo, innanzitutto, prima di tutto, per prima cosa, all’inizio, principalmente, essenzialmente.
Mi sembra che ci sia abbondanza di varianti senza ricorrere al latino. E sono d’accordo con quanto diceva Renzo Tramaglino a Don Abbondio: “che me ne faccio del suo latinorum?”.
Il che mi ha portato a pensare che quando eravamo gente semplice usavamo parole di uso comune. Capitava che alcuni giornalisti si esprimessero con una prosa d’arte ma erano casi assai limitati. Poi però ci ho ripensato e mi sono ricordato che nelle pagine dei quotidiani di mezzo secolo fa trovavamo espressioni ricercate. Addirittura una moltitudine di citazioni in latino del tipo per aspera ad astra, Hannibal ad portas!, Est modus in rebus ecc.
E anche nel linguaggio parlato capitava di sentir esclamare O tempora, o mores o Relata refero o addirittura Sutor, ne ultra crepidam (lett. calzolaio,non oltre la scarpa, ovvero non andare oltre le tue competenze come sembra che avesse esclamato Alessandro Magno a un calzolaio che gli parlava di strategia militare) o il più sfizioso interrogativo Quis custodiet ipsos custodes? (chi controllerà i controllori?).
Ed erano correnti anche in articoli di cronaca e addirittura sportivi esempi tratti dalla mitologia come “il letto di Procuste”, “la fatica di Sisifo”, “il nodo di Gordio”, o dai classici greci e latini come “a cena di Trimalcione”, “le forche caudine”, essere “un Creso”
o espressioni ricercate come “qui sta il busillis” (ricavato da un’errata traduzione della frase “in rebus illis”). In conclusione niente di nuovo sotto il sole e se critico i luoghi comuni del presente, esorto anche a non rimpiangere il passato.

Gabriele Parenti