Non mi sono inginocchiato quando ho chiesto alla mia fidanzata di sposarmi. Eravamo gente semplice, specie nei piccoli centri, e non conoscevamo questa usanza che ci è venuta dall’America (anche se si possono trovare antecedenti lontani nell’amore cortese dei trovatori provenzali che però erano soprattutto espedienti letterari).

Non mi sono inginocchiato ma non ho fatto mai venir meno amore e rispetto. E quest’anno, ringraziando Dio, sono 52 anni di matrimonio.

All’epoca, peraltro, il fidanzamento era già una sorta di pre-matrimonio. Esso diveniva effettivo quando “si andava in casa” ovvero il futuro fidanzato andava a chiedere il consenso ai genitori della sposa. A questo faceva seguito la “sortita”. Come si legge nel  Vocabolario butese di Massimo Pratali. La sortita era “la prima uscita pubblica di una coppia che si era fidanzata ufficialmente”. E si trattava di un fatto importante per tutta la comunità locale. Perché il fidanzamento “ufficiale” era una sorta di evento pubblico che coinvolgeva non solo la coppia ma le rispettive famiglie (si diceva, appunto “fidanzati in casa”) e tutto il parentado, che era molto ampio perché comprendeva zii, cognati, bis-zii,   cugini, biscugini, fino alle parentele lontane, per le quali si usava la locuzione “io ho a che fare con…”

E i due divenivano, erano considerati fatto parenti della famiglia del fidanzato/fidanzata.

Tra l’altro c’erano anche vari oneri sociali . Ad esempio la ragazza fidanzata ballava solo con il fidanzato: ne sapevamo qualcosa noi giovani adolescenti ancora single!. Poi (salvo che non si uscisse insieme a un gruppo di amici il fidanzato si recava a casa della fidanzata a giorni alterni per tre sere la settimana, nei giorni feriali. La domenica si alternavano i pranzi nelle rispettive famiglie era “il nostro piccolo grande mondo”.

Ps: non ho promesso che saremmo stati una coppia formidabile, ma una coppia “normale” come quelle dei miei coetanei e come siamo tuttora, fino all’orizzonte della vita.

Gabriele Parenti