Mitici anni ’60. Alle Scuole Medie c’era l’usanza di giocare una partita di calcio settimanale tra due formazioni scelte fra le diverse classi. Una squadra aveva la maglia bianconera della Juventus, l’altra quella verde-oro del Brasile. Curioso il fatto che ogni settimana si affrontassero le stesse squadre. Ebbene, quella del Brasile era nettamente superiore e vinceva sempre con almeno 4-5 gol di scarto.
Militavo come difensore nella squadra bianconera… ed era un’emozione giocare con le magliette (allora assai rare) e in un campo “vero” rispetto alle piazze o ai cortili dove eravamo soliti confrontarci. Ma questo fatto di essere sempre soccombenti (ricordo un umiliante 8-1), ci deprimeva.
Allora, dopo alcuni mesi ci riunimmo e si stabilì che due tra i migliori della squadra “brasiliana” sarebbero passati nell’altra formazione che, a sua volta avrebbero ceduto due “pezzi” meno “pregiati”.
Consapevole di essere uno dei più “scarsi” ebbi un lampo di genio e mi offrii volontario per lo scambio. Accettarono. E così indossai con soddisfazione la mitica maglia verde-oro dei campioni del mondo. Ma si riteneva che con questo duplice scambio le due squadre sarebbero state riequilibrate o che addirittura ne sarebbe scaturito un prevalere dei bianconeri. E temevo che ciò avvenisse… perché me ne sarei sentito in parte responsabile.
Invece, la squadra brasileira continuò a vincere e con ampio margine. Era priva di due prestigiose punte ma era egualmente più forte. (Anzi, ebbi anch’io la soddisfazione di segnare un gol con un tiraccio da lontano).
Tutto questo conferma che il calcio è soprattutto gioco di squadra. E non solo il calcio. Le abilità individuali sono ovviamente importanti ma ancora di più lo sono la disposizione tattica, l’intesa, il coordinamento delle azioni e il fattore psicologico che deriva proprio dalla compattezza del gioco.
Un insegnamento che ci viene dallo sport ma che si può applicare anche a molti altri aspetti della vita sociale.

Gabriele Parenti