IL FENOMENO DEL LAVORO POVERO
UNA DICHIARAZIONE DI PAOLO FORMELLI VICE SEGRETARIO NAZIONALE VICARIO DELLA FAP ACLI

Il fenomeno del lavoro povero, o in work-poverty, rappresenta una delle contraddizioni più drammatiche del mercato del lavoro italiano: lavorare non è più garanzia di una vita dignitosa. Si tratta di una condizione in cui, pur essendo occupata, una persona percepisce un reddito talmente basso da non riuscire a soddisfare i propri bisogni fondamentali. In Italia, questa realtà non è nuova né episodica: è frutto di dinamiche strutturali e multi fattoriali che, da anni, contribuiscono ad un progressivo peggioramento della qualità dell’occupazione. A prima vista, i dati diffusi recentemente dall’ISTAT sembrerebbero offrire motivi di ottimismo; il tasso di occupazione è sceso al 5,9%, il livello più basso da anni. Un traguardo che potrebbe suggerire un Paese in ripresa. Tuttavia, una lettura più attenta dei numeri relativi mostrano un quadro ben diverso da quello rassicurante che le percentuali sembrano disegnare, l’aumento degli occupati ha creato condizioni di lavori precari e condizioni di contratto a termine. A peggiorare ulteriormente il quadro, emerge un’altro dato allarmante: cresce il tasso di inattività. Un numero che fotografa un’Italia in cui sempre più smettono di cercare lavoro non per mancanza di bisogno, ma per sfiducia e rassegnazione.

A tutto ciò si aggiunge una delle criticità più gravi: il livello dei salari. Secondo Eurostat, l’Italia è uno dei pochi Paesi dell’Unione Europea in cui i salari reali sono calati rispetto al 2008. La ripresa post-pandemica, non è riuscita ad invertire questa tendenza. Al contrario, l’inflazione ancora elevata, soprattutto sui beni essenziali ha finito per erodere ulteriormente il potere d’acquisto. Così, nonostante l’incremento dell’occupazione, il numero dei working poor accenna a diminuire: oltre 30 milioni di italiani hanno un’impegno, ma vivono sotto la soglia di povertà. E il salario minimo, da tempo al centro del dibattito, rimane tuttora disatteso. A pagare il prezzo più alto di questo sistema sono soprattutto i giovani. Per gli under 35, il lavoro in Italia si presenta sempre più come una corsa ad ostacoli fatta di tirocini mal retribuiti, contratti a tempo determinato, collaborazioni occasionali. Le aziende chiedono esperienza, ma non la offrono; quindi, molti sono spesso costretti ad emigrare. Ogni anno oltre 30 mila giovani laureati lasciano il Paese, in cerca di opportunità e prospettive che qui vengono loro sistematicamente negate.

Per cambiare le cose , dobbiamo partire dai luoghi più vicini a noi: le città, i quartieri, le periferie, i territori, i circoli Acli, è lì che può nascere una nuova cultura fatta di rispetto, convivenza, legami forti tra le persone e spazi da vivere insieme. Fuori dalla logica del profitto siamo e dobbiamo ricercare i segni dell’attivismo politico , da coltivare insieme per immaginare un futuro più giusto, più ambizioso, più nostro.
Dobbiamo usare esperienze che mettano al centro le relazioni, la cura dei beni comuni, la partecipazione attiva e idee aperte ed inclusive, impariamo a supportare le associazioni come il terzo settore che hanno un ruolo chiave in tutto questo, per passare dal “fare bene” , un coraggio e un respiro politico per lasciare un segno, creare reti, far nascere alleanze che generano democrazia.

Paolo Formelli