28 ottobre 1922 per non dimenticare
di Gabriele Parenti
104 anni dalla marcia su Roma. Un tempo che sembra lontano ma le sue conseguenze hanno pesato su molte generazioni. Ed è doveroso non dimenticare come fu affossato il sistema parlamentare e si dette inizio al ventennio nero.
Nei difficili anni dopo la prima guerra mondiale, dal “biennio rosso” e alle violenze dello squadrismo che videro troppa indulgenza da parte delle autorità si passò a un periodo in cui molti leaders del liberalismo facevano a gara per “costituzionalizzare” il fascismo In modo da espungere la sua “anima” violenta.
Ma era una pia illusione perché, sebbene il fascismo, sul piano elettorale, avesse poco peso, in vari ambienti borghesi era benvoluto in quanto considerato un antidoto all’avanzata delle sinistre.
Il vero fattore della sua rapida ascesa furono i corpi armati, gli squadristi che crearono un clima d’intimidazione e di terrore. Spesso erano episodi in cui esponenti antifascisti venivano aggrediti in pubblico e ridotti in condizioni tali che non di rado li portarono alla morte. Ma anche quando le aggressioni non erano mortali, servivano a paralizzare gli esponenti moderati. E la sinistra, se reagiva, era accusata di fomentare la guerra civile. Inoltre, venivano usati -avvalendosi di un’impunità quasi totale- altri mezzi di aggressione, ad un tempo fisica e psicologica, come il famigerato uso dell’olio di ricino. Un’umiliazione che metteva le vittime fuori gioco ed era un infame ammonimento per gli altri antifascisti.
Mussolini sapeva, però, che tirare troppo la corda avrebbe provocato la reazione dell’Esercito che non ci avrebbe messo molto a disperdere le camicie nere.
Nel 1922 la situazione politica precipitò. Il 22 luglio, intervistato dal Mattino di Napoli, Mussolini sostenne che l’annunciata marcia su Roma non aveva un carattere insurrezionale. Molti tirarono un sospiro di sollievo e considerarono la “marcia” come una semplice immagine dell’avvicinamento al potere. Viceversa, quella del “Duce” era un continuo stop and go. Infatti, a volte disegnava le linee strategiche e perfino le direttrici di marcia della prossima insurrezione, proclamando che se la classe politica fosse stata lungimirante avrebbe consegnato spontaneamente il potere al fascismo che, altrimenti se lo sarebbe preso con la forza.
Stranamente era presente anche d’Annunzio. Mussolini, però, continuava soprattutto a temere che Giolitti tornasse al governo. Ricordò agli altri che l’anziano statista aveva fatto cannoneggiare Fiume e disse di sperare che l’incarico fosse dato nuovamente a Facta. Ma De Vecchi, vicino alla Corona, stava trattando anche con Salandra per ottenere cinque. Intanto, le violenze fasciste, da oltre un anno, in molte città, creavano disordini e apparivano il segnale di una prossima insurrezione. Si parlava del 24 ottobre o del 4 novembre, anniversario di Vittorio Veneto per anticipare le mosse di Facta che pensava a una grande manifestazione nazionale guidata da d’Annunzio
Il raduno del partito fascista che si tenne a Napoli il 24 ottobre dette, di fatto, il segnale dell’insurrezione ma con un linguaggio, come al solito, ambiguo. Così fu un segnale sottovalutato, tant’è vero a molti il Convegno apparve come La Canossa del fascismo, perché i partecipanti erano mendo del previsto. Eppure le squadre dei ras avevano spadroneggiato in città con violenze e devastazioni.
Intanto al discorso del duce al Teatro S.Carlo convennero le più alte autorità, dal Sindaco al Prefetto e anche Benedetto Croce, che però si mostrò sarcastico (parlò di Mussolini come di un ottimo commediante) mentre le camicie nere affollavano Piazza del Plebiscito. Mussolini, affermò che i fascisti non sarebbero andati al potere dalla porta di servizio e che aveva rifiutato cinque Ministeri. Si fermò qui senza ulteriori indicazioni. Sembrava che si fosse ancora nel vago. Invece la marcia su Roma era stata decisa.
La sera del 27 Mussolini si recò al Teatro Manzoni di Milano per dare fumo negli occhi mentre che in Toscana e in Lombardia si era già in una situazione eversiva come scrisse Farinacci nel noto telegramma (noto anche per l’errore grammaticale) “Cremona Mantova non può attendere.
La macchina della “marcia” si era messa in moto. Il quartier generale era stabilito a Perugia dove arrivarono i Quadrumviri.
E qui entrano in campo le esitazioni di Vittorio Emanuele III. Le autorità militari preposte alla difesa di Roma avevano assicurato che i fascisti, male armati e privi di addestramento militare, non erano in grado di imporsi con le armi, anzi sarebbero stati sbaragliati.
Ma il re temeva la guerra civile ed era preoccupato per la stabilità della Corona.
Fino al 26 Facta aveva creduto ancora che la minaccia d’insurrezione fosse un bluff ma in serata telegrafò al Re che “informazioni improvvisamente giunte indicano la possibilità di qualche tentativo fascista“. Il Ministro dell’Interno Taddei e quello della Giustizia Alessio chiesero l’arresto immediato dei capi fascisti ed erano pronti a impartire ordini ai Prefetti per assicurare la tutela dell’ordine pubblico. Però Facta prese ancora tempo per consultarsi con il re, che era ancora a S. Rossore.
Quando le squadre fasciste furono in movimento dall’Italia settentrionale e centrale il Governo impartì disposizioni di bloccare i treni dei fascisti alle stazioni di Orte, Avezzano, Viterbo. E predispose il passaggio della tutela dell’ordine pubblico all’esercito.
Tuttavia, al tempo stesso il Governo presentò le dimissioni. Ma Vittorio Emanuele le respinse e sembrava deciso a non cedere al ricatto di Mussolini.
Infatti, appena rientrato nella Capitale -secondo il resoconto del Ministro della Guerra Soleri- avrebbe dichiarato a Facta che Roma doveva essere difesa ad ogni costo, che egli doveva deliberare in piena libertà. Perciò, i fascisti armati non dovevano entrare in città.
A Villa Savoia avvenne il secondo incontro. Secondo il primo aiutante di campo, gen. Cittadini, il sovrano avrebbe detto a Facta: “mi proponga con il consenso totale dei Ministri i provvedimenti che crede debbano essere messi in effetto, vedrò io, poi -poiché non conosco i dettagli della gravissima situazione che mi descrive- cosa si deve fare.”
Facta tornò a casa ma fu svegliato nel cuore della notte per allarmanti notizie di movimenti di squadristi. Inoltre, si segnalavano Prefetture occupate, uffici telegrafici assaliti, treni requisiti e forze dell’ordine che lasciavano fare.
Eppure, quando incontravano resistenza, le camicie nere indietreggiavano come a Verona dove furono accerchiate dai militari e nella stessa Milano erano tenute in scacco dai Carabinieri. Arriviamo così alla vicenda del decreto sullo stato d’assedio.
Facta interpretò la volontà del re di difendere la Capitale come un assenso di massima allo stato d’assedio. Di fronte alle notizie allarmanti, alle 5 riunì i ministri e predispose il decreto.
Quando, nella mattina del 28, si recò al Quirinale, sui muri stavano affiggendo i primo manifesti che dichiaravano lo stato d’assedio. Facta doveva aver intuito qualcosa perché prima di recarsi al Quirinale per la firma del decreto appariva preoccupato. Intanto il re che aveva già visto i manifesti si mostrò contrariato. Poi annunciò che non avrebbe firmato lo stato d’assedio che, quindi, fu revocato.
Lussu scrive che a Milano il Prefetto convocò Mussolini e tutti si attendevano il suo arresto ma alle 12:40 arrivò la notizia della revoca dello stato d’assedio. A questo punto si capì che il capo fascista aveva vinto la partita.
Ci si domanda perché il re avesse cambiato parere, quali pressioni ci fossero state ma forse era già esitante sul da farsi e alle notizie dei disordini e forse pensò che l’unico modo di fermare la violenza fascista fosse quello di costituzionalizzarla affidando a Mussolini l’incarico di formare un Governo di coalizione (con l’esclusione dei socialisti e dei comunisti). In fondo, anche i vari Giolitti, Salandra e lo stesso Facta pensavano che l’unico modo di fermare i fascisti fosse di associarli al governo.
E arriviamo all’ultimo quesito; ovvero il voto di fiducia con il quale il Parlamento avrebbe potuto fermare o condizionare il nuovo governo. Invece gli conferì addirittura i pieni poteri. Alla Camera sedevano solo 35 fascisti e quindi ci si poteva attendere che Mussolini procedesse con i piedi di piombo. Invece, in occasione del voto di fiducia, il 16 novembre, pronunciò il discorso noto per l’espressione “Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli”. Sprezzante era la frase successiva: “Potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo, ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”. Ebbene, gli esponenti liberali e i popolari dettero credito a quel “non ho voluto” e pensarono che fosse un primo passo per l’entrata nell’alveo liberaldemocratico. Invece, il focus dell’intero discorso era nell’ esplicita minaccia dell’“almeno in questo momento”: una sorta di impegno programmatico.
Sintesi di un capitolo del libro di G. Parenti “Nel baratro oltre il baratro”. Edizioni EDA del Consiglio regionale della Toscana, Firenze 2025, al quale si rinvia per le note delle citazioni che sono in questo articolo.
Cfr. comunque in particolare:
R.De Felice, Mussolini il fascista Vol.1 La conquista del potere (1921-1925),cit.,
V.Riccio https://www.treccani.it/enciclopedia/vincenzo-riccio
A.Fiori, I liberali di destra nella crisi del primo dopoguerra, in Clio, XLIII (2007). 2
A.Spinosa, Vittorio Emanuele III. L’astuzia di un re, Milano 1990 sp pp p.238 ss.
E.Lussu, Marcia su Roma e dintorni, Milano 1973 sp. pp.28
Per il discorso di Napoli cfr. Santarelli(a cura di) Scritti di Benito Mussolini, 1991
P.Monelli, Mussolini piccolo borghese, Garzanti, Milano,1950,
D.Biondi, La fabbrica del Duce, Vallecchi , Firenze, 1973.