Francesco Guccini ha ricordato ne L’Avvelenata di non aver mai detto che “a canzoni si fan rivoluzioni”. Tuttavia Dio è morto – di cui si è appena celebrato il 60°anniversario (perché sebbene sia uscita nel 1967, la scrisse nel 1965) – è considerata un’icona della rivoluzione culturale della fine degli anni ’60.
Non del’68 barricadiero, in fondo nihilista, del “siate realisti, chiedete l’impossibile del “Ce n’est qu’un début, continuons le combat!” ma quello che cercava “un mondo nuovo e una speranza appena nata” al posto della stanca civiltà: una società più libera, più giusta, non più ingessata nei pregiudizi, nel “perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto” di cui è parafrasi la morte di Dio.
Una generazione, dunque, che guarda concretamente “ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi”. Ed è appunto “in ciò che noi crediamo […] nel mondo che faremo“ che Dio risorge. Quando crollano i falsi idoli come “le fedi fatte di abitudine e paura” o una politica che è solo far carriera. E ancor più i miti della razza (con i conseguenti lager) e gli odi ideologici.
Dio è morto fu portata al successo, nel 1967 dai Nomadi e Guccini iniziò a cantarla solo dieci anni dopo. In quello stesso anno fu incisa anche da Caterina Caselli con una particolare interpretazione stile beat. Tra le varie cover di periodi successivi, quelle di Zucchero, Fiorella Mannoia, Gianna Nannini, Ornella Vanoni. Inoltre, cover in numerose lingue, compreso l’esperanto.
Tra l’altro il 1967 fu un anno prolifico sul tema del mondo nuovo: annovera anche C’è chi spera cantata da Riki Maiocchi (autori Colonnello-Pace-Panzeri), La rivoluzione cantata a Sanremo da Gianni Pettenati / Gene Pitney e scritta da Franco Battiato e Proposta dei Giganti (autori Alberto Carisch, Giordano Bruno Martelli).
Dio è morto si caratterizza per l’intensità di un testo che mutua il titolo da una celebre frase di Friedrich Nietzsche. Tuttavia, mentre per il filosofo tedesco la morte era definitiva, qui è seguita da quel “per tre giorni e poi risorge” che pone in evidenza la crisi della cultura occidentale e la fine dei fasti della modernità. Annuncia il sorgere di una nuova alba: un’epoca di ideali, di valori, quindi, a mio parere, anche di una nuova spiritualità.
Per incidens è noto che la canzone fu censurata dalla Rai, venne trasmessa invece dalla Radio Vaticana e si presume che anche Paolo VI l’avesse apprezzata. E veniva cantata anche in contesti ecclesiali. Anch’io ricordo di averla sentita in una Chiesa negli anni ’60.
Comunque c’era preoccupazione per un’opinione pubblica conformista o addirittura bigotta in quanto il primo 45 giti dei Nomadi s’intitolava Dio è morto? con un eloquente punto interrogativo e un sottotitolo in cui affermava che “è per tre giorni poi risorge”-
Nella mia prima intervista a Francesco Guccini nel lontano 1983, nella mitica Via PaoloFabbri 43 parlammo appunto del fatto di Dio è morto è divenuta una sorta di emblema del ’68. Guccini mi ricordò che l’aveva scritta nel 1965, quindi non riguardava il periodo della contestazione ma aveva una prospettiva ideale più ampia. Tanto più che per l’incipit una sua fonte d’ispirazione, sono alcuni versi de l’Urlo di Allen Ginsberg del 1956.Un’altra fonte era T.S. Eliot.
Tuttavia Dio è morto non ha niente in comune con la beat generation né con gli “arrabbiati” privi di futuro sorti sulla scia di Ricorda con rabbia di Osborne perché essa è soprattutto un inno alla speranza.
E non ha una valenza politica Né ce l’ha La locomotiva. Come mi confermò lui stesso in quell’ intervista 43 anni. E’ invece un racconto di fantasia (ma tratto da una storia vera) che vuole riportare all’atmosfera lato sensu romantica, utopica, dell’anarchismo di fine ‘800.
Dio è morto, viceversa, fotografa con efficacia il cambio d’epoca impersonato da una generazione che voleva uscire dal periodo postbellico, segnato dalla guerra fredda, dallo scontro ideologico fra i partiti, da forti disparità sociali, dalla mancanza di un welfare adeguato. E scrollarsi di dosso il grigiore del conformismo borghese. Erano gli anni in cui l’insoddisfazione e i prodromi della protesta si legavano all’attesa di un futuro migliore di cui s’intravedevano segnali come la distensione est-ovest, il Concilio Vaticano II che cambiò il volto della Chiesa cattolica, la scuola media unica, la legge sul divorzio(ma per il servizio sanitario nazionale si sarebbe dovuto aspettare il 1978 così’ come per la legge Basaglia e addirittura il 1992 per il nuovo diritto di famiglia).
Su Romasette del 16 Febbraio 2021 (cfr https://www.romasette.it/dio-e-morto-la-storia-di-un-brano-che-ha-fatto-epoca/)Angelo Zema riporta brani di un’intervista all’Osservatore romano nella quale Guccini nel 2010 sottolineava che la speranza della parte finale non gli venne dalla “volontà di trasmettere il canonico happy end, ma dal fatto che all’epoca la speranza covava veramente”. Precisa anche che il “dio” di cui parlavo era “un “dio” con la minuscola, un “dio” laico simbolo dell’autenticità”.
Peraltro, Zema scrive che la canzone (e l’artista) ebbe subito un’eco straordinaria anche nel mondo cattolico. Infatti “Il primo recital di Guccini – era il dicembre 1968 – fu proprio alla Cittadella di Assisi” .
Un’ultima annotazione. La canzone parla di una generazione preparata a un futuro che ha già in mano. Infatti questa sensazione si avvertiva alla metà degli anni ’60.
Nel mondo che faremo Dio è risorto. Un Dio laicamente inteso come simbolo dei valori di giustizia e di solidarietà ma c’è spazio anche per il Dio cristiano che questi valori annuncia e propugna.
La palingenesi è in parallelo con la resurrezione. Ma il vecchio mondo era coriaceo e il nuovo stentava a nascere. Sarebbe poi venuta l’onda lunga del ’68 seguita da quello che fu denominato “il riflusso”. Sarebbero venuti gli anni di piombo, la grande inflazione degli anni ’70, e una crisi economica di grandi proporzioni con chi si impoveriva e chi si arricchiva rapidamente. Poi gli anni ’80 della deregulation reaganiana. Il recupero dell’efficienza produttiva fu affidato a canoni competitivi. Così, dalle ceneri della strategia egualitaria riemersero i profeti della modernità che cancellarono nuovi modelli di sviluppo.
E Guccini sottolinea l’amara disillusione. Nel 1970 troviamo Primavera di Praga (l’anno prima uno studente Jan Palach si era suicidato per protestare contro l’invasione della Cecoslovacchia), l’utopica Isola non trovata e Un altro giorno andato che invita a vivere nel presente senza guardare al “tempo andato”.
Un momento di nostalgia arriverà più tardi ma è soprattutto un fatto generazionale. In Eskimo del 1978 Guccini ormai quasi quarantenne canta: “Perché a vent’anni tutto ancora intero, perché a vent’anni è tutto chi lo sa.
Già nel 1974 in Stanze di vita quotidiana troviamo ancora un’invocazione stile Dio è morto: O sera, scendi presto/ O mondo nuovo, arriva/
Tuttavia, ormai è prevalente una nota di malinconia:
Ma d’illusioni non ne abbiamo avute, o forse si / ma nemmeno ricordo / tutte parole che si son perdute / con la realtà incontrata ogni giorno.
E soprattutto esclama:
Chi glielo dice a chi giovane adesso / di quante volte si possa sbagliare / fino al disgusto di ricominciare / perché ogni volta è poi sempre lo stesso.
Ma fu solo una breve parentesi… Già in quello stesso 1978 con Libera nos domine troviamo di nuovo un Francesco Guccini battagliero che chiede di essere liberato dai manichei che ti urlano: “O con noi o traditore” […] dai sicuri di sé, presuntuosi e arroganti“ e da altre categorie similari.
Tuttavia, in una successiva intervista parlammo di Shomer ma mi Llailah (1983). Il titolo è una frase tratta dalla Bibbia (Isaia 21, 11.12) e tradotta con “Sentinella, quanto resta della notte?” di cui i mi dette un’interpretazione non politica ma esistenziale. Tra l’altro, il termine notte può avere più accezioni, ma in ogni caso è un invito alla speranza e fa giustizia di un preteso pessimismo gucciniano che non ritengo tale nemmeno in altre canzoni perché userei piuttosto il termine “realismo”.
E arriveranno la grinta dello sferzante Cyrano, brano clou del memorabile concerto di Firenze del 1997, l’idealismo di Don Chisciotte (2000) le emozioni della vita quotidiana per la quali mi limito solo a ricordare il sofferto lirismo di Farewell e l’onirica, delicata Autogrill.
Gabriele Parenti
Foto di Niccolò Caranti (fonte Wikipedia)